INCLUSIONE, PERCHE’?

Il gruppo sociale delle persone con disabilità si trova in una condizione di ulteriore svantaggio (handicap vuol dire svantaggio) rispetto agli altri: può uscire dal suo stato di inferiorità sociale solo se altri reputano che sia giusto e gliene offrono l’opportunità. Non dobbiamo però pensare che   le necessità di amicizia, divertimento, autonomia di un’adolescente con disabilità siano differenti da quelle dei coetanei. Uno sguardo sullo stato  dell’inclusione italiana ci vede detenere il primato internazionale rispetto all’integrazione scolastica. L’Italia si è anche occupata di inserimenti lavorativi (più spesso in cooperative protette, piuttosto che reali collocazioni in luoghi di lavoro “normali”) e mantiene  queste due istituzioni, scuola e luogo di lavoro, come indicatori di una raggiunta inclusione sociale, ma non affronta la tematica  della comunità, dei rapporti umani, dell’ amicizia, della condivisione e, forse, dell’ appartenenza. Cosa succede al ragazzo disabile, soprattutto se con deficit cognitivo o della comunicazione, nel tempo scuola non dedicato strettamente alle lezioni? Quanto è integrato nel gruppo dei pari? Come passa i pomeriggi?  Cosa succede alla fine del percorso scolastico? Quanti saranno realmente inseriti nel mondo del lavoro? Quanti staranno a casa? Rientreranno nel circuito dell’emarginazione e isolamento da cui si pretendeva di emanciparli con l’inclusione scolastica (centri diurni frequentati solo da altri disabili)? Le soluzioni abitative proposte seguono la strada dell’inclusione? Esistono possibilità di partecipazione alle normali attività   offerte dalla comunità a tutti i suoi membri? Ci sembra di poter affermare che la situazione italiana sia, a dispetto della brillante partenza,   povera di “offerta inclusiva” e che molto  poco sia stato fatto nella costruzione di comunità inclusive, ammesso che sia stata colta l’esistenza di questa problematica o, se vogliamo, di questa possibilità: rendere le comunità stesse e non solo alcune istituzioni (scuola e posti di lavoro), sedi di partecipazione e appartenenza per tutti i cittadini.
A questo proposito, l’articolo 19    della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità”, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006, offre un supporto  di ordine normativo e  valoriale: Vita indipendente ed inclusione nella società:
Gli Stati Parti di questa convenzione riconoscono l’uguale diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella comunità, con la stessa libertà di scelta delle altre persone e prendono misure efficaci  ed appropriate al fine di facilitare il pieno godimento da parte delle persone con disabilità di tale diritto e della piena inclusione e partecipazione all’interno della comunità, anche assicurando che:
a) le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, sulla base di eguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una articolare sistemazione abitativa;
b) le persone con disabilità abbiano accesso ad una serie di servizi di sostegno domiciliare, residenziale o di comunità, compresa l’assistenza personale necessaria per permettere loro di vivere all’interno della comunità e di inserirvisi ed impedire che esse siano isolate o vittime di segregazione;
c) i servizi e le strutture comunitarie destinate a tutta la popolazione siano messe a disposizione, su base di eguaglianza con gli altri, delle persone con disabilità e siano adatte ai loro bisogni.
La convenzione ci parla di diritti umani uguali per tutti e non pone alcuna differenza tra persone con disabilità motorie, intellettive e relazionali o sensoriali, proprio da questa comunanza di intenti dobbiamo ripartire per affermare il diritto di cittadinanza di ognuno.
Esiste però un altro importante motivo per lavorare per l’inclusione in particolare delle persone con disabilità più severe ed è la questione della sicurezza. Infatti mentre la sicurezza di individui che presentano grande dipendenza dai propri assistenti e operatori è storicamente stata identificata con la vita appartata svolta in luoghi dedicati riteniamo invece che maggiore sia il numero delle persone appartenente alla società civile che entrano in relazione con loro maggiore sia la protezione che ricevono in quanto lo sguardo vigile ed amichevole di ognuno può rappresentare una garanzia di benessere ed attenzione. L’inclusione e le azioni finalizzate ad ottenerla non sono solo un’affermazione di principio ma, al contrario, una pratica a tutela del benessere e sicurezza del cittadino con disabilità.